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Omar Di Felice è un sognatore fattuale. Ovvero sogna di fare incredibili viaggi in bicicletta, ma quando si risveglia quei viaggi li trasforma in realtà. Una realtà che a volte va ben oltre l’immaginazione del possibile comune, come nel caso del suo Arctic World Tour, 4200 km attraverso le tre linee di confine del mondo artico. Un viaggio che ha avuto come compagni di viaggio il freddo e le borse Miss Grape, un viaggio che abbiamo voluto farci raccontare da lui stesso.

Immaginate di voler attraversare il mondo. E immaginate di concentrarvi su quella porzione di mondo che, per essere focalizzata, richiede di porsi in osservazione “dall’alto” fissando lo sguardo su quel punto, il Polo Nord e lasciando che la sfera giri tra le vostre mani mentre lo vedete scorrere.

Da Est a Ovest.

Dalla Russia all’America.

Così è nata l’idea dell’Arctic World Tour, 4200 km attraverso le tre linee di confine del mondo artico: il noto Circolo Polare Artico e poi la linea delle isoterme di luglio +10°C e la linea degli alberi artici, quest’ultime legate a doppio filo ai cambiamenti climatici.

La partenza, dall’estremità orientale della Terra, quella penisola della Kamchatka nota più per la sua fama nel gioco da tavola “Risiko” che non per le avventure in bicicletta in inverno (tanto da non essere mai stata attraversata in questa modalità prima di questa esperienza) e l’arrivo all’estremo ovest, in Alaska lungo la Dalton Highway, dove la strada invernale più pericolosa del mondo varca la linea del Circolo Polare.

Nel mezzo la Lapponia, regione che attraversa Russia, Finlandia, Svezia e Norvegia, le Isole Svalbard, un gioiello che racchiude tutte le peculiarità e le criticità dell’artico in una superficie ridotta, la Groenlandia, terra estrema e quanto mai remota, e l’Islanda tra ghiacci (in fusione) e fuoco.

Un’avventura percorsa in solitaria, con quella modalità che nell’ultracycling viene definita “unsupported” tale per cui bisogna essere in grado di provvedere autonomamente ad ogni esigenza: dalla ricerca del cibo e dell’acqua, fino ai posti dove dormire.Che fossero piccole guesthouse o ospite delle case nei villaggi attraversati, ma nei tratti più isolati l’unico riparo era la tenda oppure le spartane “cabin”.

Il tutto in assetto da “bikepacking”, la nuova frontiera del viaggiare in bicicletta e che sta dando la possibilità a milioni di appassionati in tutto il mondo di poter partire senza stravolgere il setup della propria bicicletta ma andando ad aggiungere sul telaio della stessa borse in quantità e di tipologia necessaria a contenere tutto il necessario.

E, nel mio caso, il “necessario” è stato di diversa natura e di grande volume: per questo ha richiesto l’utilizzo di due biciclette (una gravel bike usata durante la prima parte e una fat bike, recuperata alle Svalbard per la seconda parte) su cui ho dovuto sfruttare tutto il massimo dello spazio possibile.

Alla classica borsa sottosella, del volume di 20 Litri ho affiancato una borsa Miss Grape custom per il telaio e una Tendril 10.7 da manubrio di dimensioni generose oltre alle piccole borse tattiche (le bud e le borse da top tube) dove contenere tutto, dal pesante abbigliamento, al materiale per sopravvivere alle notti artiche fino ai piccoli accessori fondamentali in caso di forature.

Questa lunga traversata, attraverso scenari resi ancor più unici dalla stagione invernale (che per molti può essere un ostacolo ma che, per me, racchiude la vera essenza dell’esplorazione in bicicletta) ha rappresentato anche il secondo capitolo del progetto “Bike to 1.5°C” nato in collaborazione con l’associazione Italian Climate Network e la cui finalità vuole essere quella di affiancare, al lato sportivo ed esplorativo delle challenge che scelgo di affrontare, quello non meno importante della divulgazione scientifica sui temi della crisi climatica.

Una crisi quanto mai visibile proprio lassù, dove la fusione dei ghiacci e il conseguente mutamento del territorio sta generando impatti devastanti con conseguenze alle nostre latitudini che non possiamo più fingere di notare.

E proprio nell’ottica di educare ad una maggior consapevolezza, nel mio ruolo di atleta, in primis, non posso non adattare le mie scelte in tema di sostenibilità, cercando quell’inversione di rotta che ogni buon cittadino dovrebbe perseguire attraverso gesti ed azioni quotidiani mirati alla riduzione della nostra impronta.

Nel mio caso ciò passa attraverso la scelta di partner che si adeguino, a loro volta, alle esigenze sempre più pressanti e urgenti in termini di sostenibilità: in questo caso affidarmi alle borse Miss Grape significa poter disporre di prodotti facilmente riparabili. Il passaggio alle cuciture tradizionali abbandonando la tecnica del termosaldato significa poter intervenire in caso di rottura senza dover sostituire completamente, o in parte, la borsa.

Dettaglio fondamentale nell’ottica della ricerca di un’economia sempre più circolare nonché, nel mio caso, anche per la praticità in spedizioni dove sarebbe pressoché impossibile reperire nuovo materiale.

Oltretutto Miss Grape è iscritta al registro Europeo REACH, per il controllo e monitoraggio delle sostanze chimiche, con controlli rigidi verso tutti i fornitori al fine di non utilizzare sostanze dannose o vietate. Uno sguardo al futuro verso quei cambiamenti cui saranno tenuti ad adeguarsi tutte le aziende.

Un altro punto fondamentale è la riduzione dei viaggi da fabbriche di produzione a magazzini grazie all’ottimizzazione degli ordini e dello stoccaggio al fine di ridurre le emissioni di Co2 date dal trasporto: il settore della logistica è, infatti, uno dei più impattanti in termini di emissioni e inquinamento. Ridurre significativamente il trasporto si traduce in un aiuto concreto alla causa ambientale.

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Miss Grape | Bikepacking Bags

Borse da Bikepacking – fatte a mano in Italia